In attesa di un'edizione degna, mi è venuta voglia di rispolverare una mia vecchia recensione di questo film, la quale ha un'importanza particolare (

) perché è stata la mia prima recensione scritta (e pubblicata su un altro forum), tanti anni fa, quando ancora non mi ero mai cimentato in simili operazioni.
IL CORRIDOIO DELLA PAURA
Il giornalista Johnny Bennet (
Peter Breck) è a caccia del premio Pulitzer, e l'occasione gli si presenta quando viene commesso un delitto in un ospedale psichiatrico. Deciso ad indagare, Bennet, con l'aiuto della fidanzata Cathy (
Constance Towers) e di un amico psichiatra, finge di essere un maniaco sessuale così da farsi internare e cercare di scoprire l'assassino. Ma il percorso che dovrà affrontare sarà più duro e spaventoso del previsto.
Il corridoio della paura e, prima di tutto, un film che raccoglie, in una forma a metà tra
noir e introspezione psicologica, molti degli elementi che pervadono il sostrato sociale e culturale di una nazione. Non a caso, il protagonista è un giornalista americano che ha il compito di svelare, di rendere manifesti agli occhi di tutti problemi e drammi che, spesso, si è incapaci di riconoscere o si cerca magari di occultare. Straordinaria la scena in cui un giovane di colore (
Hari Rhodes), che è impazzito a causa dell'intolleranza razziale dei bianchi e crede di essere il capo del Ku Klux Kan, incita e scatena alla rivolta i malati mentali della clinica, urlando:
"Li prenderemo, questi sporchi negri, e li cacceremo dal paese". Un altro dei ricoverati (
James Best) è rimasto ancorato al periodo della guerra di secessione a causa del lavaggio del cervello subito dai comunisti in Corea. I ricordi o pensieri delle persone allucinate sono mostrati dal regista attraverso brevi sequenze filmiche a colori che intervallano la routine dell'ambiente di cura, quasi spiazzando lo spettatore perché si tratta di eventi o incubi reali che s'infiltrano e si mescolano all'irrealtà, come a sottolineare piccoli "momenti di lucidità" dei malati.
Un film visionario, dunque, ma dove il corridoio è la metafora di un itinerario di follia reale che ci costringe a fare i conti con noi stessi e la nostra coscienza, con le nostre paure e le nostre colpe. D'altra parte, per usare le parole del dottor Menkin (
Paul Dubov),
"un uomo non può scherzare con la sua mente".
Curiosità: all'inizio e alla fine del film c'è una citazione di
Euripide:
"Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere".
VOTO:
8,5