Che film avete visto ieri?

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Zioruggi
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Robin Hood - L'origine della leggenda (Otto Bathurst,2018)

Imbarazzante.
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The Lobster (2015 - Yorgos Lanthimos)

Film coerente con il percorso cinematografico di Lanthymos, il regista simbolo della new wave greca.
Vuole rappresentare in un mondo di poco futuro e distopico la solitudine dell'individuo costretto e imprigionato dalle convenzioni sociali, concentrando l'attenzione proprio sulla convenzione della "coppia sociale", la coppia tradizionale uomo-donna sposati che nella narrazione del film è condizione obbligatoria esistenziale, in assenza della quale si esce dalla società fino alla soluzione 'estrema di esserne cancellato. La cancellazione si traduce nella trasformazione in un animale (a propria scelta...), nel caso in cui il "single" oltre una certa età non riesca a trovare forzatamente una nuova compagna in un tempo ridotto, all'interno di una struttura simili alberghiera ma che in realtà è una prigione (le costrizioni della società).
Anche i "ribelli", i single che vivono fuori dal contesto e vengono cacciati come nemici-mostri dai membri del sistema, alla fine sono prigionieri di regole e convenzioni, "altre" rispetto a quelle riconosciute, ma comunque limitanti e invalicabili. L'uomo quindi vive in una prigione da cui non può ribellarsi se non attraverso scelte estreme e letali (l'autoacciecamento finale). Lanthymos illustra il suo film "a tema", come lo sono un po' tutti i suoi, con il suo solito stile grottesco e straniante, ma qui in particolare con una cifra dilatata, violenta e disturbante che rende il film difficile da vedere, e sostanzialmente, brutto a mio avviso.
Non basta avere un argomento, qualcosa di importante da dire, e presentarlo in modo non convenzionale, per fare buon cinema. Ci vuole altro, quell'altro che altrove Lanthymos è riuscito a trovare (come in "Povere creature"), ma qui no. La recitazione catatonica, i tempi dilatati, l'assenza di emozioni (anche qui a tema: le emozioni ci sono, ma vengono nascoste e mai esibite) ed il grottesco fuori misura non rendono un buon servizio al film, che risulta alla fine solo disturbante, senza riuscire a dare quel "pugno nello stomaco" che alle volte serve nel cinema, ma che qui si è tradotto, almeno per me, solo in fastidio.
Ultima modifica di Zioruggi il venerdì 12 dicembre 2025, 10:35, modificato 1 volta in totale.
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Le quattro piume (Sheka Kapur, 2002)

Remake del famoso film d'avventura di Zoltan Korda del 1939, racconta una storia di codardia ed eroismo, dove il tema del riscatto personale è quello predominante, in una sontuosa ambientazione durante le guerre coloniali inglesi in Sudan del 1800. Ai temi principali, in misura non sempre coerente, si mescolano i concetti di onore, amicizia virile, amore, obbedienza/disobbedienza e provvidenza. Quest'ultimo concetto in particolare, rappresentato dalla misteriosa figura del guerriero indigeno Abou Fatma leale e selvaggio che salva e diventa "angelo custode" del protagonista per "volere divino", non appare ben centrata nella logica di volontà, fuga dalla realtà, riscatto del protagonista. Giovane ufficiale dell'esercito coloniale inglese che per viltà si dimette dal reparto alla vigilia della campagna bellica del suo squadrone di lanceri, cosa per la quale viene sbeffeggiato dagli amici e dalla fidanzata con l'onta delle piume bianche, simbolo di codardia, ma che poi risultano la molla del suo riscatto: per riscattare il suo onore, e restituire le piume ad ognuno dei "donatori", sotto le mentite spoglie di un indigeno, segue il reparto dei suoi amici e li aiuta, protegge e dove può, salva dai pericoli della guerra.
La messa in scena è sontuosa, e gli splendidi panorami desertici aiutano a creare immagini da cartolina, ma la sceneggiatura non è sempre coerente, e alcuni passaggi risultano un po' affrettati.
Lo spirito colonialista inglese non è un tema che conquisti oggi, ed il regista, reduce dal successo di Elisabeth, cerca di inserire il tema difficile (e oggi molto sentito) della rivendicazione di un popolo nella sua terra, ma il tema risulta annacquato e solo accennato, sopraffatto dalle vicende dei protagonisti e dal motore della storia, del tutto individuale, non collettivo.
Gli attori (tra cui spicca il protagonista Heath Ledger, efficace nel rappresentare un giovane sul guado emotivo) si destreggiano bene, e alla fine il film, che cerca di replicare lo stile spettacolare dei "filmoni" MGM d'epoca, si fa vedere, anche se è lontano dagli esiti di un David Lean. E anche se al botteghino i risultati non sono stati quelli sperati. Ogni genere ha il suo tempo e quando è uscito, agli inizi degli anni duemila, questo film è risultato troppo "d'altri tempi" per essere apprezzato a dovere da una generazione ormai catturata dall'esplosione dei blockbuster senza respiro, mentre l'ampio respiro di questo genere di pellicola può essere risultato faticoso per i più giovani e fuori tempo massimo.
Peccato, questo genere di cinema mi manca.
Ultima modifica di Zioruggi il venerdì 12 dicembre 2025, 10:34, modificato 3 volte in totale.
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Il volo della Fenice (Robert Aldrich, 1966)

Molto interessante lo spunto narrativo di questo film del maestro Robert Aldrich del 1966:
un gruppo di uomini sopravvissuti ad un incidente aereo in pieno deserto del Sahara cerca di sopravvivere nella vana attesa dei soccorsi, tra mille difficoltà di carattere pratico e psicologico, fino a capire che se non si industriano in qualche modo moriranno tutti, e grazie ad un improbabile ingegnere aeronautico dal carattere infantile e difficile, riescono a trovare una soluzione per salvarsi.
Aldrich sfrutta lo spunto drammaturgico, di per se spettacolare, per costruire un film sui rapporti umani di un piccolo gruppo di uomini in difficoltà. Un tema che ricorda da vicino Howard Hawks, ma declinato da Aldrich in tutt'altro modo di come lo avrebbe gestito lui, cioè puntando sulle psicologie e le psicosi, quindi sui difetti caratteriali dei protagonisti e non sui loro pregi, dove i temi dell'amicizia virile e del professionismo cari ad Hawks sono sostituiti da quelli della competizione, dell'individualismo e del desiderio di prevalsa.
Il risultato è un film teso e vibrante, riuscitissimo, che riesce a coniugare grazie alla maestria di Aldrich gli aspetti spettacolari con quelli "da camera", sorretto da un cast tutto al maschile di alto livello: James Stewart nel ruolo del pilota, Hardy Kruger in quello del progettista aeronautico, e insieme a loro caratteristi del livello di Richard Attenborough, Peter FInch, Ernest Borgnine, George Kennedy, Ian Bannen.
Un ottimo film a mio avviso.
La stessa trama è stata ripresa nel 2004 dal regista John Moore che ha riproposto la vicenda in chiave più spettacolare, grazie alle possibilità del cinema del nuovo millennio, asciugando la trama di una parte degli aspetti psicologici ed affidandosi ad un cast meno di livello, anche se non trascurabile: Dennis Quaid, Giovanni RIbisi, Miranda Otto, Thyrese GIbson, Hugh Laurie, a loro agio a reggere la trama ma meno idonei alle tensioni psicologiche dell'originale. Il risultato è un film meno complesso, ma altrettanto godibile almeno dal punto di vista dello sviluppo della vicenda.
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Wake up, dead man – Knives out (2025, Rian Johnson)

Da pochi giorni è visibile sulla piattaforma Netflix (che lo produce) il terzo film della serie “Knives out” che ha come protagonista il sapido investigatore Benoit Blanc, interpretato per la terza volta in modo divertito da Daniel Craig.
Alla regia sempre Rian Johnson, che aveva firmato anche i due precedenti capitoli, seguendo sempre lo schema thriller a la Agatha Cristhie, con un delitto da risolvere ed un ristretto gruppo di sospettati, in un ambiente confinato.
Il primo film della serie, lo Knives out originale del 2019, aveva avuto, meritatamente, un notevole successo di critica e pubblico (ingolosendo Netflix che ne ha prodotto i due sequel), inserendo nella tipica dinamica in stile Christie, (il “whodonit” con una potenziale e ristretta cerchia di colpevoli, un sagace investigatore fuori dagli schemi a indagare e l’immancabile riunione finale di tutti in cui viene svelato il colpevole) un sottofondo sardonico-ironico, e grazie a personaggi pompati fino alla soglia della caricatura, unendo alla trama gialla delle critiche alla società moderna.
Un gioco quindi raffinato, da parte di Johnson, per intrattenere e divertire, ma con un amarognolo sottofondo autoriale, ed un’ottima riuscita.
Il secondo film, Glass Onion, mi aveva in realtà deluso, in quanto troppo caricaturale, fino alla soglia del grottesco, dove lo stesso protagonista Blanc era diverso dal precedente film, avendo acquisito una nota eccentrica eccessiva, un dandysmo equivoco che spostava troppo l’attenzione rispetto alla trama gialla.
Questo terzo film anche mi ha un po’ deluso: la trama è complessa, a tratti difficile da seguire, neccessitando di alcuni “spiegoni” che rallentano il film, l’intreccio e gli obiettivi personali di ognuno dei personaggi a mio avviso troppo intorcinato, troppo studiato per creare un effetto di suspance che tenga, e la vicenda risulta un po’ grassa. Anche qui trovo che lo stile ironico che sfiora il grottesco, ed i personaggi eccessivi, potessero essere meglio calibrati.
Non mancano gli aspetti positivi: per quanto caricaturali alcuni personaggi sono comunque efficaci, e le critiche in filigrana alla società dei social e del populismo arrivano a meta.
Il tutto sorretto, come le altre volte, da un pacchetto di attori di tutto rispetto, dove spicca il giovane Josh O’Connor, che regge sulle spalle buona parte del film nel ruolo del giovane prete in cerca di riscatto-redenzione e del proprio ruolo nel mondo (la sua missione), dove si conferma un abile Daniel Craig, trasformista e divertito, ed una bravissima Glen Close, bel sorretti da un cast di contorno con Josh Brolin sopra le righe, un redivivo Jeremy Renner, imbolsito ma di nuovo sul set dopo il brutto incidente di qualche anno fa, ed altri.
Alla fine un lungo (forse un po’ troppo lungo) intreccio giallo pieno di sorprese, una commistione di generi che ha comunque la sua tenuta e la sua efficacia, anche se il primo film della (per ora…) trilogia, più classico nel suo impianto scenico, rimane il mio preferito.
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"Karate Kid Legends" realizzato sulla scia del successo della serie di "Cobra Kai hanno riunito i sensei Jackie Chan e Ralph Macchio (anche se quest'ultimo non si vede molto) per insegnare al ragazzino di turno i due stili del loro dojo, i match del torneo finale strizzano molto l'occhio sia per la grafica che per la coreografia ai combattimenti dei videogame; il film pur non essendo niente di trascindentale è comunque piacevole e godibile.
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Zioruggi ha scritto: martedì 16 dicembre 2025, 10:44 Wake up, dead man – Knives out (2025, Rian Johnson)

Da pochi giorni è visibile sulla piattaforma Netflix (che lo produce) il terzo film della serie “Knives out” che ha come protagonista il sapido investigatore Benoit Blanc, interpretato per la terza volta in modo divertito da Daniel Craig.
Alla regia sempre Rian Johnson, che aveva firmato anche i due precedenti capitoli, seguendo sempre lo schema thriller a la Agatha Cristhie, con un delitto da risolvere ed un ristretto gruppo di sospettati, in un ambiente confinato.
Il primo film della serie, lo Knives out originale del 2019, aveva avuto, meritatamente, un notevole successo di critica e pubblico (ingolosendo Netflix che ne ha prodotto i due sequel), inserendo nella tipica dinamica in stile Christie, (il “whodonit” con una potenziale e ristretta cerchia di colpevoli, un sagace investigatore fuori dagli schemi a indagare e l’immancabile riunione finale di tutti in cui viene svelato il colpevole) un sottofondo sardonico-ironico, e grazie a personaggi pompati fino alla soglia della caricatura, unendo alla trama gialla delle critiche alla società moderna.
Un gioco quindi raffinato, da parte di Johnson, per intrattenere e divertire, ma con un amarognolo sottofondo autoriale, ed un’ottima riuscita.
Il secondo film, Glass Onion, mi aveva in realtà deluso, in quanto troppo caricaturale, fino alla soglia del grottesco, dove lo stesso protagonista Blanc era diverso dal precedente film, avendo acquisito una nota eccentrica eccessiva, un dandysmo equivoco che spostava troppo l’attenzione rispetto alla trama gialla.
Questo terzo film anche mi ha un po’ deluso: la trama è complessa, a tratti difficile da seguire, neccessitando di alcuni “spiegoni” che rallentano il film, l’intreccio e gli obiettivi personali di ognuno dei personaggi a mio avviso troppo intorcinato, troppo studiato per creare un effetto di suspance che tenga, e la vicenda risulta un po’ grassa. Anche qui trovo che lo stile ironico che sfiora il grottesco, ed i personaggi eccessivi, potessero essere meglio calibrati.
Non mancano gli aspetti positivi: per quanto caricaturali alcuni personaggi sono comunque efficaci, e le critiche in filigrana alla società dei social e del populismo arrivano a meta.
Il tutto sorretto, come le altre volte, da un pacchetto di attori di tutto rispetto, dove spicca il giovane Josh O’Connor, che regge sulle spalle buona parte del film nel ruolo del giovane prete in cerca di riscatto-redenzione e del proprio ruolo nel mondo (la sua missione), dove si conferma un abile Daniel Craig, trasformista e divertito, ed una bravissima Glen Close, bel sorretti da un cast di contorno con Josh Brolin sopra le righe, un redivivo Jeremy Renner, imbolsito ma di nuovo sul set dopo il brutto incidente di qualche anno fa, ed altri.
Alla fine un lungo (forse un po’ troppo lungo) intreccio giallo pieno di sorprese, una commistione di generi che ha comunque la sua tenuta e la sua efficacia, anche se il primo film della (per ora…) trilogia, più classico nel suo impianto scenico, rimane il mio preferito.
Questo terzo film mi ha convinto in pieno rispetto al precedente secondo film che per me è stato il peggiore della trilogia; solito cast di primissimo livello dove tra tutti mi ha sorpreso un bravissimo Josh O’Connor, mistero ed ironia questa volta si mixano molto bene e le 2 ore e mezza di durata del film non pesano proprio per niente.
Voto:7.
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Ho rivisto "Pretty Woman" sempre piacevole.
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darkglobe ha scritto: lunedì 15 aprile 2024, 14:29 Immagine
Gloria! (Margherita Vicario, 2023)

Storia di un istituto femminile di musica per ofrane, ambientato a Venezia nei primi dell'800. Uno dei pregi del film è probabilmente da ritrovarsi nel suo candido coraggio che, per certi versi, pare quasi un atto di pura incoscienza.
Visto su Raiplay, sposo l'opinione di darkglobe sul pregio da lui citato.
Film sui generis, imperfetto, accattivante, con un finale che è più che altro una speranza, appunto un atto di coraggio, che forse appartiene alla sfera del sogno, del "sarebbe bello se..." piuttosto che al reale.
Mi viene in mente, all'opposto, il finale di "Train de vie".

Particolare la scelta di far interpretare due ruoli "seri" (addirittura drammatico quello del prete pseudo musicista), da due "personaggi" (più che attori) che l'immaginario collettivo colloca nella sfera della comicità, come Paolo Rossi ed Elio.
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Train Dreams (Clint Bentley, 2025)

Non sono certo di averlo capito bene, questo film del 2025.
Usando modi e toni rarefatti, racconta con passo lento la vita adulta di un tagliaboschi nell'America di inizio secolo XX, in un'ambientazione western ma senza i connotati epici del genere.
Il protagonista è un uomo quieto, forse poco concentrato sulla vita, che vive lasciando trascorrere le cose. La svolta, il suo senso si compie quando incontra una donna (interpretata da Felicity Jones) che lo ama e e che lui non può che amare, e con cui costruisce un nido di amore e di elegiaca quotidianità solitaria in un piccolo mondo chiuso, un posto isolato tra i boschi.
La tragedia in agguato segnerà la vita dell'uomo, ed il destino gli porta tragicamente via moglie e la figlioletta, lasciandolo disorientato e senza bussola a trascorrere il resto della sua vita cercando il modo di elaborare il suo lutto e trovare un senso alle cose. Senso che non trova, tranne nell'attesa impossibile di un recupero del suo passato, quella bussola che la vita gli ha dato e sottratto e senza la quale non ha trovato altre direzioni. Mentre intorno il temo trascorre, il progresso avanza, i boschi vengono estirpati e al loro posto sorge il progresso, rappresentato dalla ferrovia (archetipo della storia western).
Il tutto è raccontato da Bentley con toni quieti, senza enfasi, senza ridondanze, con ritmi e tempi alla Terrence Malick, a frammenti, introducendo personaggi che poi non sviluppa, che rimangono solo accennati, a far pensare che qualcosa ancora succederà. Ma non succederà niente, solo il tempo che passa, mentre il tagliaboschi non riesce a trovare il suo senso. Anche se poi, la scena finale, un volo su un biplano, gli fa sentire di essere, nonostante tutto, nonostante la sua solitudine, una parte del tutto.
Ed è qui che non ho capito il senso finale del film.
Film che comunque, con il suo passo lento, con i suoi silenzi che riempiono più dei pochi dialoghi, con l'interpretazione intensa ma sotto le righe, sofferta e toccante che dà al personaggio Joel Edgerton, ti porta con sè per oltre un'ora e mezza, lasciando in bocca un sapore dolce amaro, a chiederti di cosa parlasse questo film, che comunque, con il suo dire senza dire, mi è piaciuto.
Ultima modifica di Zioruggi il martedì 30 dicembre 2025, 11:24, modificato 1 volta in totale.
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Norimberga (James Vanderbilt, 2025)

Russel Crowe, Russel Crowe, Russel Crowe e poi gli altri.
Mi viene in mente l'aneddoto, attribuito a non ricordo quale allenatore, che quando, molti anni fa ormai, gli chiesero quale fosse la sua formazione ideale di calcio, rispose: Zof, Tardelli Tardelli, Tardelli Tardelli Tardelli...., a significare la sua duttilità, la sua superiorità, la sua completezza.

Ecco, se al film Norimberga togliamo Russel Crowe, non rimane molto. Almeno, a livello di "presenza scenica": lo stesso Rami Malek, che si spende con impegno a rappresentare un suo degno avversario nella partita a scacchi tra loro due, si perde e ne viene divorato, sia scenicamente che nella realtà- Ma chi sono loro due: Goring, il numero due del Nazismo dopo Hitler, (genio del male o genio incompreso?) e Douglas Kelly lo psichiatra cui l'esercito americano affidò il compito di "studiarlo" per comprendere quale potesse essere la strategia difensiva di Goring durante il processo ai "mostri" del nazismo del 1946.
Compito che in qualche modo portò a termine, ma rimanendone "divorato" per il resto della vita.
Ebbene, Goring/Crowe domina il film, lo sovrasta, lo divora, ed è lì, nell'umanità del personaggio disumano, nel sottile gioco psicologico tra i due personaggi principali, nelle finte e controfinte del loro sottile gioco di psicologie, che si gioca il film.
A contorno, il "tema storico", il grande tema, la ferocia del nazismo, il perchè ci sono stati 6 milioni di ebrei sterminati per la "soluzione finale" voluta da Hitler, Himmel e compagnia (Goring fu testimone tacito, o compartecipe? Uno degli interrogativi drammaturgici del film), e perchè 70 milioni di morti per la guerra.
Le scene autentiche e orride filmate dagli americani nei campi di concentramento sono lo spunto per l'altro grande tema del film: il passato come monito per un futuro che si rischia di non capire più, di dimenticare per "distrazione".
Ma alla fine quello che resta del film è il duello rusticano tra i due personaggi (ed attori) principali (Goring e lo psichiatra), dove il primo vince sia sotto il profilo del personaggio, che sotto quello attoriale.
Con buona pace degli ottimi comprimari, tra tutti Michael Shannon negli scomodi panni del giudice Robert H. Jackson, ideatore del processo di Norimberga, e l'ottimo Richard E. Grant nei panni del giurista inglese David Maxwell Fyfe.
Visto che il film è nelle sale da pochi giorni, ho nascosto alcuni spoiler, per chi lo andrà a vedere.
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Re: Che film avete visto ieri?

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Ho rivisto "C'era una volta a Hollywood", film sempre godibile.
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Upside Down (Joan Solanas, 2012)

Su richiesta di mia moglie, ho rivisto questo film del 2012 che ho nella mia collezione di bluray.

E' uno strampalato film di fantascienza distopica, o forse meglio un fantasy romantico, che racconta in modo alquanto improbabile una contrastata storia d'amore tra due giovani che abitano due pianeti paralleli che si trovano a pochissima distanza l'uno dall'altro, al punto che, dalla cima di una montagna di uno dei due mondi, si può chiacchierare con chi sta sulla cima della montagna dall'altra, ma uno a testa in su ed uno a testa in giù.
Per dare pepe drammatico alla questione, un mondo è benestante e l'altro è povero (da qui la distopia), ed il primo sfrutta le risorse del secondo.
Poi, grazie ad una scienza non newtoniana (ma quasi), chi sta in un mondo è legato anima e corpo alla gravità di quello, e non può vivere nell'altro.
Insomma, un guazzabuglio scientifico con buona pace di Galileo, Copernico e Newton.
Quindi, armandosi di una robusta dose di sospensione dell'incredulità, si guarda questo film ed i relativi sforzi per dare una logica "gravitativa" alle ripetute assurdità , non solo di fisica ma anche di sceneggiatura.
Non aiuta in tal senso la coppia degli attorti protagonisti, il lui del mondo povero affidato ad uno spaesato Jim Sturges (uno degli attori più scipiti di quegli anni, per fortuna caduto presto nel dimenticatoio), e la lei del mondo ricco interpretata da una volenterosa Kirsten Dunst, anche lei pressoché sparita dopo un inizio di carriera in cui se la giocava con Keira Kneightley e Scarlett Johannson come giovane attrice emergente.
A parte l'assurdità della vicenda, tra i due manca la chimica, e questo non giova al film, che si dovrebbe reggere su una forte carica romantica che in realtà non si sviluppa.
Insomma, alla fine è solo un prodotto ambizioso (gli effetti speciali sono all'altezza), in un periodo in cui fioccavano le storie di fantascienza romantica per sfruttare l'onda degli effetti speciali (tipo l'altrettanto assurdo I Guardiani del Destino del 2011, ma affidato ad una coppia di attori vincente che lo rendeva decisamente miigliorie, o In Time, sempre del 2011, che ci mette però il pepe dell'adrenalina), che paga dazio ad una sceneggiatura che fa acqua, ad attori con poca personalità ed ad una regia non all'altezza.
Insomma, in tutto e per tutto un film da divano-plaid che non annoia e nulla più.
Ultima modifica di Zioruggi il martedì 13 gennaio 2026, 10:07, modificato 1 volta in totale.
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Tomb Raider (Roar Uthaug, 2018)

Ho rivisto in streaming questo film che avevo visto quando era uscito.
Mi sono accorto che non ne ricordavo neanche un fotogramma. Il che non depone a favore del film.

L'attrice scelta per sostituire l'iconica Angelina Jolie, protagonista di due analoghi film agli inizi degli anni 2000 è Alicia Vikander, viso di imbarazzante bellezza in un corpo minuto ed efebico, che la pone agli antipodi della stessa figura disegnata dalla Jolie: una in abiti succinti, prorompente e di forme generose, questa con zero sensualità e fisico atletico per quanto minuto.
E' forse una scelta culturale: negli anni del mee too si è preferito dare al personaggio una virata "machista".
Per il resto, il film è di fatto un "prequel", in quanto prova ad ipotizzare l'inizio della carriera avventurosa della "corridrice" Lara Croft, in un contesto di pura avventura che ricalca, in modo goffo, tutta una serie di stereotipi del film di azione/adrenalina, con personaggi appena accennati e trama banale, ed una serie di scene di lotta ed inseguimenti tutte già viste prima ed altrove.
Insomma, un film banale destinato ad un pubblico adolescenziale.
Per questo, uno poi se lo dimentica.
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Ho rivisto "Balle spaziali" , divertentissimo.
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Jay Kelly (Noah Baumbach. 2025)

Film presente su Netflix, è, più che un film sul cinema, un film su chi fa cinema.
Il protagonista è una star di Hollywood giunto a quella età (i 60) in cui ormai ha dato il meglio, alla soglia di diventare uno a cui vengono affidate parti secondarie da "anziano", che con inconsapevole disillusione riguarda la sua vita, rappresentata da alcuni flashback che lui attraversa fisicamente da spettatore pieno di rimpianti, in cui la maggior parte di ricordi sono legati a film (è una battuta in sceneggiatura), ed in cui, (in modo forse autobiografico ?) viene descritta la vita di una star, piena di egocentrismo, vizi, protagonismi, per dire che un attore recita sempre due ruoli: quello del film che sta girando, e quello del proprio personaggio: il successo, l'ambizione, la voglia di "arrivare" trasforma la persona in personaggio.
E per diventare tale, per raggiungere il successo, ha fatto tutto quello che ha potuto, compreso, all'inizio della sua carriera, colpire alle spalle il suo migliore amico, aspirante attore più talentuoso di lui ma con più scrupoli, che ha poi finito con il vivere una vita ordinaria, piena di rimpianti e di odio nascoso, ma vera, rispetto alla vita alla ribalta di Jay, ricca e famosa, ma vuota dal lato personale. Come dimostra il rapporto difficile con entrambe le figlie, che hanno o devono costruirsi una realtà al di fuori di lui.
In conclusione, il film è una dramedy "tragicomica" (come la definisce RollingStone) sui privilegi ed i rimpianti del mestiere di attore (di successo), recitato con ironia, affetto e altrettanto rimpianto da un Clooney che si prende in giro facendo la parodia di sè stesso, ma forse neanche tanto, sicuramente perfetto per il ruolo.
In alcuni frangenti la scena (quasi una parabola del film) viene rubata a Clooney dagli attori di contorno, uno straordinario Adam Sandler (nella versione "con la barba" di quando recita nei film seri, dove è sempre una spanna sopra tutti) e Laura Dern, sempre valida nei ruoli di contorno, che rappresentano parte dell'entourage di cui il divo si circonda e che finiscono per essere tutto quello che ha al mondo, trovandosi infine desolatamente solo quando questi decidono di smettere di sacrificare la loro vita per il "15%" dei suoi guadagni.

Alla fine è un bel film, ben lavorato, che bilancia bene i momenti drammatici (sempre raccontati con ironia) e le parti di commedia, con il difetto, casomai, di risultare troppo "scritto", troppo costruito a tavolino.
Insomma, un "quasi bel film", che diverte, commuove e fa riflettere sul tempo lasciato, che non si recupera, ma a cui manca qualcosa per essere un capolavoro.
Ultima modifica di Zioruggi il martedì 13 gennaio 2026, 10:04, modificato 1 volta in totale.
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Ho rivisto quel gioiello di "Chi ha incastrato Roger Rabbit".
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mark-bluray ha scritto: lunedì 12 gennaio 2026, 8:28 Ho rivisto quel gioiello di "Chi ha incastrato Roger Rabbit".

Un ever green.
Ogni volta che lo rivedo mi diverto come la prima volta.
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Re: Che film avete visto ieri?

Messaggio da Zioruggi »

Edge of tomorrow - Senza domani (Doug Liman 2014)

Interessante questo film di fanta-guerra del 2014.
Doug Liman (quello di The Bourne Identity) pesca nel guazzabuglio del già visto per creare un film spettacolare e teso per tre quarti della sua durata.
Poi si perde nel finale.
Gli spunti del refresh visivo sono: invasione aliena, esoscheletri per potenziare i soldati umani, e poi, più che altro, "il giorno della marmotta", cioè quella routine vista in vari film (come Ricomincio da capo, o Source Code) in cui, per qualche motivo, un personaggio si risveglia sempre allo stesso giorno, che rivive all'infinito.
L'originalità in questo film è che il protagonista (un Tom Cruise credibile (quasi) fino alla fine) è un soldato che ogni giorno muore in una battaglia con gli alieni, e ogni giorno si risveglia nello stesso momento della mattina, e ripete all'infinito la sequenza, in cui però cerca di imparare ogni volta qualcosa in più per sopravvivere e (consapevolezza che acquisisce durante il film, vincendo la sua connaturata vigliaccheria) per sconfiggere il nemico alieno in apparenza imbattibile. Non entro nei dettagli, ma l'originalità è che la logica (sostenuta anche dall'estetica dei combattimenti) è quella del videogame (tipo Dum , o Quake o tanti altri) in cui provi ad andare avanti dal livello dove ti trovi morendo ogni volta ma piano piano acquisendo forza e conoscenze per andare avanti.
In questo il buon Tom è supportato da una mascolina e tosta guerriera, con le sembianze della brava Emily Blunt, che all'inizio tende a rubare spesso la scena a Tom, parte come la "dura" che deve aiutare il protagonista nell'impresa, ma finisce con l'essere (ovviamente) salvata da lui, che diventa mano a mano, da opportunista imboscato, un combattente duro, puro e immarcescibile. Come è ovvio che sia quando c'è Tom Cruise in gioco.
Il punto debole del film è proprio qui: fino a due terzi la logica, l'impianto scenico, la drammaturgia tiene, poi il solito superomismo di Tom prende il sopravvento, e le modalità pensate dagli sceneggiatori per chiudere la vicenda non sono all'altezza della prima parte dl film, il lieto fine incombe e la faticosa logica ipertemporale tenuta fino a quel momento va a farsi benedire.
Peccato, con un po' più di coraggio poteva essere un piccolo capolavoro di genere.

PS:
ho provato a rivedere il film nel bluray della Warner che ho a casa, scoprendo che purtroppo (caso che si sta manifestando con preoccupante frequenza) il tempo non ha giovato al supporto: a due terzi del film si blocca e non riparte più, nonostante tutti i trucchi del mestiere che conosco, lavaggi, esorcismi e cose varie. Ho provato con quattro lettori diversi, niente. Bluray visto una, massimo due volte in passato.
Per finire il film ho dovuto noleggiarlo su piattaforma, con profondo rodimento.
Ultima modifica di Zioruggi il venerdì 16 gennaio 2026, 10:25, modificato 1 volta in totale.
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Re: Che film avete visto ieri?

Messaggio da Zioruggi »

La città incantata (Hayao Miyazaki, 2003)

Ho rivisto questo capolavoro di Miyazaki.
Bellissimo.
Forse oggettivamente il suo più bello, anche se io ho una personale predilezione per Porco Rosso.
Una menzione alle musiche di Joe Hisaishi, il "Morricone" di Miyazaki, musiche molto classiche, melodiche, lineari che vestono alla perfezione il lungometraggio.
Ultima modifica di Zioruggi il venerdì 16 gennaio 2026, 10:24, modificato 1 volta in totale.
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Re: Che film avete visto ieri?

Messaggio da mark-bluray »

Dopo diverso tempo ho rivisto "Toy Story 3-La grande fuga", carino anche se me lo ricordavo migliore...
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Re: Che film avete visto ieri?

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I saccheggiatori del Sole (John Farrow, 1953)

Ho dedicato i momenti liberi del weekend a rivedere alcuni vecchi film, più o meno classici, a partire da I saccheggiatori del Sole, film di avventura in bianco e nero del 1953, prodotto dalla Batjac di John Wayne, dove un volenteroso Glenn Ford, squattrinato avventuriero nel mar dei Caraibi, si impegna a cercare fortuna, suo malgrado coinvolto da alcuni trafficanti di antichità, nella ricerca di un tesoro atzeco tra Cuba ed il Messico.
Onesto film di genere, dove le scene di azione sono alcune scazzottate e qualche inseguimento con sparatoria, nulla a che vedere con il concetto di "azione" di oggi, ma comunque sufficientemente ben congegnato.
Potabile
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Re: Che film avete visto ieri?

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Il Grande Caldo (Fritz Lang, 1953)

Di ben altro spessore rispetto al coevo film di cui al mio precedente post, questo denso e drammatico Noir di Fritz Lang, anche questo con protagonista Glenn Ford. Attore dignitosissimo, anche se non all'altezza di altri "divi" dell'epoca, che ha attraversato la storia del cinema classico con una presenza distribuita su una sorprendente serie di film di valore e di successo, a partire da Gilda fino al Superman di Richard Donner, passando per titoli quali Il Grande Caldo e La Bestia Umana (entrambi di Lang), alcuni significativi western quali Vento di terre lontane, Quel treno per Yuma e Cowboy (tutti e tre di Daves) o il Cimarron di Thomas Man, e lo spassoso Angeli con la pistola di Capra, destreggiandosi in tutti i generei, dal dramma alla commedia.
Il film è un capolavoro assoluto, un Noir teso e crudo, dove alcuni topos tipici del noir, ed in particolare di quelli di Lang (quali la presenza della figura del detective e della "donna fatale" in chiave tragica), servono da substrato ad alcuni dei temi tipici di questo straordinario autore, dalla carriera incredibilmente vasta e articolata ma sempre su livelli altissimi (il numero di titoli di Lang degni di stare in una classifica dei migliori film di sempre è elevato), temi quali la disumanizzazione della figura umana nella società moderna, il destino tragico a cui non ci si può ribellare, l'ambiguità della giustizia ed il senso della colpa, l'angoscia che attanaglia l'individuo.
Il tutto sorretto da un cast in stato di grazia, dove oltre ad un Glenn Ford al suo meglio, credibile nella sua disperata figura di detective alla ricerca di una verità che cammina sul filo della vendetta, spicca la figura tragica della "pupa del gangster" drammaticamente interpretata da Gloria Grahame, fino alla figura del sadico/vigliacco calzata a pennello sulla fisionomia di Lee Marvin.
Il tutto concentrato, con un montaggio teso e chiaro come cristallo, in 89 minuti senza un cedimento. Una vera pietra miliare del genere Noir, dove Frtiz Lang, come suo solito, non si perita di spingere sull'acceleratore drammatico parlando senza compromessi della società americana, dove da straniero ha saputo imporsi, superando le diffidenze del sistema dello star system verso la "stella" straniera, senza timore di affrontare gli stilemi di un cinema non suo (si è cimentato anche nel western, il genere americano per antonomasia, terreno di caccia per gli Howard Hawks e i John Wayne ma dove ad esempio un Billy Wilder, anch'egli fuoriuscito europeo, si è tenuto prudentemente alla larga).
In sintesi: grande film.
Zioruggi
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Re: Che film avete visto ieri?

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The Truman Show (Peter Weir, 1998)
Ho concluso il mio weekend retrò con questo film che appartiene ad un’era recente, ma calendario alla mano, è uscito ormai quasi 30 anni fa, quindi lo possiamo annoverare tra i “classici moderni”.
Innanzi tutto una premessa: verso attori e attrici ho delle preferenze e delle antipatie, che spesso sono indipendenti dal livello o dalla bravura dell’attore/attrice di turno, è qualcosa di irrazionale, a pelle, che magari deriva da un imprinting sbagliato la prima volta che ho visto quell’attore, o chissà perché.
Ho simpatia ad esempio per James Stewart, Glenn Ford, George Clooney, Sean Connery, Audrey Hepburn, Uma Thurman, Michelle Pfeiffer, mentre non ho simpatia ad esempio per James Cagney, Susan Howard, James Dean, Tom Cruise, Leonardo di Caprio, Adam Sandler…
Perché? Boh, ma è così. Di Caprio è bravissimo, ma a pelle non lo sopporto. Tra gli attori che non mi fanno simpatia c’è Jim Carrey.
Detto questo, ieri sera ho rivisto The Truman Show, questo strano film “distopico” del 1998, in cui si vagheggia di questa improbabile trasmissione televisiva che dura una vita, seguendo dalla nascita all’età adulta, 24 ore al giorno, la vita fintissima di un povero cristo che vive una vita bugiarda, costruita a tavolino in un gigantesco set televisivo, dove tutte le persone che fanno parte della sua vita sono attori o comparse, e tutti gli eventi che attraversa fanno parte di un copione.
Dietro a tutto questo, c’è Christof, lo “Story runner” come si direbbe oggi, dello show, il demiurgo creatore dell’idea e del suo sviluppo.
Un’intera nazione appesa alla televisione segue con partecipazione la vicenda, secondo la logica di un voyerismo tipico della civiltà di oggi, basata sull’apparenza, e dove l’aggettivo “distopico” che ho usato all’inizio è superato dalla realtà dei reality show, dei Grandi Fratelli che imperano e imperversano sugli schermi ornai da decenni senza cedimenti.
Cinematograficamente, un’impresa coraggiosa, che con una satira graffiante, a volte agghiacciante, offre una parabola della deriva e decadenza della società dei costumi che stiamo drammaticamente vivendo ancora oggi, giorno per giorno.
Il film si basa su una sceneggiatura geniale, sarcastica e disturbante di Andrew Nicol, che parla dei media per quello che oggi in effetti sono: non mezzi di intrattenimento ma strumenti invasivi del nostro pensiero.
Il finale, improbabile ma consolatorio, fornisce una pallida speranza.
Serve naturalmente una buona sospensione dell’incredulità per abboccare al gioco, in quanto le ovvie incongruità fioccano, per quanto giocate con furbizia e sarcasmo da Nicol e con lui dal regista Peter Wier, manico che ha dato il suo meglio a cavallo degli anni ’70 ed ’80 con titoli spesso originali, graffianti provocatori come Picnic ad Hangng Rock, l’Attimo Fuggente, Mosquito Coast, ma che ha saputo graffiare ancora alla solgia del nuovo millennio con questo lavoro, e tenere con mano ferma la grande produzione con l’ottimo Master & Commander, film di genere del 2003.
Jim Carrey, per quanto non tra i miei attori preferiti, sa stare al gioco, è a suo perfetto agio in questo ruolo surreale e presta la sua maschera di gomma ai dubbi del povero diavolo cui nel vero senso della parola crolla il mondo addosso.
Tra i comprimari un ottimo Ed Harris nei panni del demiurgo/padre putativo di Truman, ed un Noah Emmerich veramente efficace nei panni del “finto” amico di infanzia di Truman, destinato con i suoi interventi a tenere il filo del gioco di Truman e mettere le toppe ai vari ed inevitabili incidenti di percorso della produzione, fino a che il paradosso supera la credulità del povero Truman che piano piano capisce di non essere protagonista della propria vita, ma solo un guitto in un grande gioco.
Zioruggi
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Re: Che film avete visto ieri?

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Inception (Christopher Nolan, 2010)

Che mal di testa (ri)vedere questo film!
Un vero guazzabuglio, fa parte di quella aliquota di filmografia di Nolan dove la complicazione di trama/sceneggiatura (da Memento del 2000 a Tenet del 2020, almeno finora) vince su tutto il resto.
Dove l'invenzione intellettuale/cervellotica serve come leva per catturare/conquistare/stupire lo spettatore. Forse in modo esibito, ma efficace.
E la serie di intersezioni logiche, temporali, oniriche che caratterizzano questo film, sicuramente il più complesso concettualmente tra quelli che conosco di Nolan, richiede un grande sforzo di concentrazione durante la visione, ma permette alla fine di scoprire che tutti gli anelli della catena sono saldamente legati, che alla fine la conseguenzialità (volevo dire la logica, ma non è il caso) tiene, e gli inevitabili "buchi" logici sono ben mascherati.
Insomma, una sfida, che si realizza oltre che nello script anche nell'immaginifica resa visiva, grazie a effetti speciali che dominano la scena me ne sono funzionali, proprio per la complessa realtà "da sogno" che devono rappresentare.
Insomma, sono un estimatore di Nolan, ha fatto film notevoli, è "buon cinema" il suo, forse non capolavori ma lavori mai banali e magistralmente realizzati.
E alla fine questo film, per quanto complesso, tiene alta l'attenzione ed appassiona. Non entro nei dettagli della trama perchè difficili da sintetizzare.
Il tutto servito da un cast di attori di livello, tra cui il protagonista Di Caprio (non tra i miei attori preferiti, ma sa tenere la scena), una splendida Marilon Cotillard, e poi Joseph Gordon-Levitt, Cillian Murphy, Tom Hardy, Elliot Page (quando era ancora Ellen Page, forse l'anello più debole della catena, una recitazione un po' scolastica), Ken Watanabe, Tom Berenger ed, in ruoli minori, Michael Cane, Pete Postlethwaite. Insomma, un roster mica da poco, tra cui alcune figure abituali nella filmografia di Nolan, come Caine, Murphy, Hardy, Cotillard .
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